Vi racconto il mio parto e il mio puerperio…

 Gravidanza parte due: Eccomi nuovamente pronta a raccontarvi la mia storia di parto. Se vi siete persi la prima parte qui potete leggere quando tutto ha avuto inizio…

Mi trovo in sala operatoria e incomincio a sentire una voce che mi chiama: “signora, signora!”. I miei occhi non riescono ad aprirsi nonostante io abbia una gran voglia di gridare: “Eccomi ci sono, dov’è il mio bambino?”. Dopo qualche minuto do dei segni di vita e così decidono di portarmi in stanza. Queste prime ore dopo il risveglio sono confuse, mi sento decisamente priva di forze. Non so se qualcuno è rimasto al mio fianco, ma poi riconosco una voce a me familiare quella di mia zia la quale fortunatamente mi ha assistita fino alle 5.00 del  mattino prestandomi perlopiù aiuto fisico. Poi la solitudine, fino all’arrivo di mio marito alle 9.00. Io purtroppo sono immobile, a malapena riesco a girare il capo.

Le ore passano e io non ho ancora tenuto fra le braccia il mio bimbo: di lui so solo che è nato e che ora si trova in incubatrice, senza conoscere quale sia la sua reale condizione di salute. Io, invece, non sono più stordita dalle medicine ma ho ancora l’incombenza del catetere, la ferita mi fa molto molto male e non riesco ad alzarmi. Arriva il pomeriggio e ho due grandi pensieri: sapere come sta il mio bimbo e se la mia mamma ha ricevuto la notizia della nascita del suo primo nipotino. Passano le ore ed è quasi la sera del giorno dopo il mio parto, ma io non ho ancora visto mio figlio, questo è inconcepibile! Chiedo ai medici di estrarmi il catetere perché, nonostante l’immenso dolore, voglio andare a vedere il mio piccolo! I medici accolgono le mie richieste, provo ad alzarmi e ho un dolore perforante ma  la forza di vedere mio figlio è più forte, so che lui ha bisogno di me. Ecco, mi tiro su, barcollo per un attimo e poi muovo i primi passi: sto percorrendo il corridoio che mi porta da Leonardo. Sono così emozionata, ho immaginato questo incontro così tante volte! Arrivo in una stanza e vedo Leonardo dentro l’incubatrice: ha gli occhi chiusi e noto subito che fatica a respirare, ma è così bello, così perfetto, quanto vorrei stringerlo fra le mie braccia! In questo momento posso solo tornare in camera, anche se starei ore ed ore a guardarlo, ma in effetti  è meglio  andare a riposare, non mi sento per niente in forma. Ritorno nella mia camera con il bastone della flebo e con mille sogni e pensieri ma, come sempre, nessuna certezza. 

Dopo qualche ora arriva il pediatra per comunicarmi che Leonardo sta peggiorando e dovrà essere trasportato in un altro ospedale più attrezzato! Il panico e un fiume di lacrime. Tuttavia una forza dentro di me si trasforma in parole: “ Dottore io voglio andare con il mio bambino, la prego non ci separate!”. “ Signora faremo il possibile”– “ NO, io voglio l’impossibile”.

Eccomi qui su un’ambulanza che mi sta portando in un altro ospedale, dove potrò stare con mio figlio. Eccoci arrivati: io con mille flebo e una ferita fresca molto dolorante e il mio bambino al sicuro, o così mi sembra.

È passata qualche ora dal mio arrivo in struttura, è quasi notte, ma un’equipe di infermieri e ostetriche mi segue per insegnarmi a tirare il latte con un aggeggio super macchinoso e un po’ rumoroso, ma che porterà il mio latte al mio bambino! Sono in grado di nutrilo!! Alle 4.00 del mattino mi reco in Terapia Intensiva Neonatale per la prima volta per portare un solo biberon poco pieno di latte. Appena entro, mille rumori di macchinari invadono il mio cervello: “Voglio uscire, tutto questo mi mette ansia”. Torno in camera e cerco di riposare un po’, è stata davvero una giornata molto impegnativa. Potrò vedere il mio bambino l’indomani. 

La mattina arriva e con lei una buona notizia, Leonardo è migliorato, io e il papà possiamo vederlo! Sono sola però, mio marito è a lavoro e lo vedrà stasera! Purtroppo il papà non si può prendere dei giorni oltre ai tre concessi, così vado da sola: “Ce la posso fare!” Entro in terapia intensiva, ma  prima di poter prendere in braccio mio figlio devo lavarmi le mani con un determinato detergente, bardarmi con un camice sterile e indossare guanti e mascherina: “Che imbarazzo! Tutto questo per tenere qualche minuto in braccio il mio bimbo, niente contatto a pelle nuda,  io sono la sua mamma, perché tutta questa distanza”. Poi rifletto, è molto debole e qualsiasi batterio potrebbe essere pericoloso per lui.  Termino di bardarmi e arrivo finalmente  davanti all’incubatrice, Leonardo  è meraviglioso ma quei suoni continui dei monitor mi mettono angoscia. Un’infermiera me lo adagia in braccio, all’inizio non è così semplice ignorare tubi e tubicini ma poi decido di  chiudere gli occhi, cercando di immaginarci in completa solitudine.  Voglio semplicemente stabilire il legame, quel legame che c’è stato impedito alla nascita. Lo sento, Leo è qui con me, io e lui siamo una cosa sola. Tutto questo dura soli 5 minuti di tempo, mentre io vorrei stare lì un’eternità. Tornerò più tardi per portare il latte.

Passano tre giorni dal nostro arrivo in questo ospedale e proprio quando formulo questo pensiero entra la pediatra: “Il bambino sta nettamente migliorando, domani potremo staccargli qualche tubicino!”. La felicità è tanta, una gioia immensa!!! Ma dopo un’ora da questa magnifica notizia squilla il telefono: mia mamma deve subire all’istante un intervento al cuore e un’amputazione dell’arto. Il mio cuore si ferma per un attimo ma non può fermarsi per sempre, la mia creatura ha bisogno di me. Chiudo il telefono, fino a nuove notizie, l’ansia mi perseguita, la mia mente è vuota e non ho la forza di pensare. Così decido di trasformare questa immensa preoccupazione in forza fisica, metto a posto la stanza, tiro il latte e lo porto in terapia intensiva neonatale, disinfetto alla perfezione il tiralatte, mi tengo occupata. Chiedo il supporto di una psicologa e mi viene concesso senza alcun problema. In questo momento una delle mie più grandi risorse è proprio l’ospedale in cui sono arrivata. E’ quasi come una seconda casa: personale umanamente disponibile e professionalmente impeccabile che mi ha donato tutto il sostegno emotivo, fisico e medico di cui ho avuto e continuo ad aver bisogno. Posso condividere il momento del pranzo, della cena e della colazione con le altre mamme; all’inizio è stato faticoso vedere le altre donne accanto ai propri bimbi e io no, ma poi decido di trasformare questi momenti in risorsa preziosa di confronto e condivisione di emozioni ed esperienze. Di fatto, in questo momento così fragile soprattutto per me, nasce  un’amicizia meravigliosa con un’altra mamma che mi aiuta moltissimo nei momenti più difficili di immensa solitudine emotiva.  

Le condizioni del mio bambino continuano a migliorare, a volte necessita ancora del sondino per alimentarsi, motivo per il quale deve necessariamente restare in tin, ma oggi è un gran giorno, proviamo ad attaccarlo al seno! Inoltre ricevo la splendida notizia che mia mamma ha superato brillantemente l’intervento! Ecco, mio figlio si attacca al seno, un’emozione unica pervade il mio corpo, ma non ciuccia quanto vorrebbero i medici e quindi dobbiamo provare con il biberon. Inizialmente mi sento in difetto, come se non fossi in grado di allattarlo, ma poi con razionalità penso: “E’ troppo piccolo e ciucciare deve essere un gran lavoro!” Ci riproviamo i giorni a seguire e non va benissimo, Leonardo è astenico e fa molta fatica, con il biberon sembra leggermente più facile, ma l’aspetto positivo è che posso tenerlo qualche ora con me in camera! Sapete cosa faccio quando ho Leonardo con me in camera? Lo appoggio sul mio petto per ascoltare i nostri cuori che battono all’unisono e restiamo così per due ore circa, fino all’ora della poppata, momento in cui devo svegliarlo, perché lui evidentemente non sente la fame. Riporto in tin il bimbo: “Ciao amore ci vediamo più tardi!”. A volte mi fa un po’ effetto, è così piccino e porta un piccolo sondino che ho sempre paura di staccare. I giorni passano e con grande fatica Leonardo prende qualche chilo: oggi, dopo circa un mese e mezzo, possiamo finalmente tornare a casa!  La mia mamma, nel frattempo, si trova in una struttura  di riabilitazione per imparare a camminare con un solo arto: Leonardo è la sua forza più grande!

È stato un periodo molto faticoso e i mesi successivi non sono stati da meno! Leo si è sempre alimentato a fatica e, dopo qualche tempo, sono passata al latte artificiale. Sono state giornate, anzi settimane difficili in cui mi sono sentita così sola! Mia mamma ha dovuto subire un ulteriore intervento di amputazione al secondo arto, un duro colpo per lei e per tutti noi. Con il passare dei mesi ho trovato la forza di combattere, nonostante mio figlio abbia anche avuto un importante infezione alle vie urinarie. Ho continuato a sperare che un giorno qualcosa sarebbe cambiato. Oggi, dopo quattro anni, Leo sta bene e la mia mamma sta affrontando un percorso di riabilitazione per riuscire a camminare con entrambe le protesi.

Spero che questa mia immensa esperienza possa essere d’aiuto ad altre donne che vivono situazioni simili, affinché sentano che davvero non sono sole. E che possa mettere in luce quanto l’amore vada oltre: oltre il dolore, oltre la solitudine, oltre la paura. È molto difficile, ma siamo esseri umani con grandi risorse che a volte riusciamo a scoprire e a valorizzare solo nei momenti più fragili della nostra esistenza.

Se anche voi avete vissuto un momento simile e vi sentite di condividerlo con noi, siamo qui pronte ad accogliervi. Buona vita.

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