L’angolo del castigo, funziona?

Oggi vogliamo affrontare un tema che ci sta particolarmente a cuore: l’angolo del castigo, una pratica educativa molto diffusa. Iniziamo con una breve citazione che ci condurrà verso una riflessione condivisa sugli effetti e sulla funzionalità reale “dell’angolo del castigo”.

“La prima idea che il bambino deve apprendere, per poter essere attivamente disciplinato, è quella della differenza tra bene e male; e il compito dell’educatore sta NELL’ACCERTARSI che il bambino non confonda il bene con l’immobilità e il male con l’attività“

                                                                                                                      Maria Montessori

 

“Matilde ora stai proprio esagerando, siediti in quell’angolo e pensa alle tue azioni!”, avete mai pronunciato o sentito pronunciare queste parole? Sono spesso usate, a volte in modo del tutto istintivo da noi adulti, per porre fine ad un comportamento sbagliato del bambino, una punizione al gesto o all’azione compiuta. L’obiettivo sarebbe quello di lasciare al bambino del tempo, dopo il suo errore, perché possa riflettere sul comportamento adottato, prendere in considerazione il fatto di porgere le scuse e portarlo a trovare una soluzione.

Un bambino di 4/5 anni, talvolta anche più piccolo, possiede già delle reali competenze per:

  • auto-consolarsi?;
  • dare un nome alle proprie emozioni distinguendo quelle provate per il compagno e quelle provate per l’adulto?;
  • non sentirsi incapace?;
  • calmarsi?;
  • dirsi che ha sbagliato?;
  • trovare una soluzione possibile per la prossima volta?

Tutto questo dentro di sé, senza poter esprimere nulla.

Il bambino, quindi, dovrebbe essere in grado di litigare “bene” fin da subito, senza un’esperienza che glielo insegni. Per litigare “bene”, però, così come per camminare senza cadere, serve esercizio e pratica e tanta riflessione circa l’accaduto. Così come per camminare abbiamo le gambe che la natura ci ha dato e degli appigli che possono aiutarci, per litigare “bene” bisogna avere degli strumenti di supporto.

La risposta, quindi, a tutte queste domande è NO, a  quest’età il bambino non possiede ancora le capacità logiche, né l’obiettività, per ragionare e riflettere sull’accaduto razionalmente e in autonomia. Egli non è ancora capace di interrompere un comportamento e attivarne uno nuovo, ha bisogno di sperimentare la ripetizione per crescere. Anche quando capisce che non deve fare una determinata cosa, continua a ripetere quel comportamento, è una fase di sviluppo.  

Quindi cosa succede quando mettiamo in atto questa modalità educativa? Quali emozioni si  scatenano nel bambino?

Proviamo a ragionarci insieme: nell’esatto momento in cui noi “chiediamo”, in qualità di genitore o insegnante ad un bambino piccolo, in età prescolare, di sedersi in un angolo a pensare in solitudine, la sua mente inizia automaticamente a darsi semplici risposte come “forse non sono capace, sono inadeguato, non so stare con i miei compagni, sono sbagliato io …” senza comprendere la reale causa effetto del suo comportamento. Addirittura forse non pensa nemmeno tutto questo ma semplicemente che vorrebbe tornare a giocare o quanto sia bello il gioco che ha portato il compagno a scuola, ecc. Questo per dire che nella migliore delle ipotesi in cui il bambino non pensa cose negative di sé, in ogni caso il “castigo” o l’isolamento comunque non è stato proficuo per comprendere il suo comportamento. Più si sente sbagliato e non amato, più la sua autostima decresce, aumentando il senso di debolezza che fa crescere l’ansia e le paure. Vediamo nei suoi occhi il timore, l’umiliazione, in certi casi la disperazione oppure lo smarrimento generato dall’incomprensione.

Vediamo il suo punto di vista nel dettaglio:

👉  “ma cosa fa? Aiuto! Non l’ho fatto apposta e invece di aiutarmi fa così?”

👉  “Non sopporto che il mio amico mi prenda il gioco dalle mani, non ce la faccio a non scaricare la mia rabbia su di lui! Perché tu non mi capisci?!”

👉  “Davvero non ho voglia di dare quel gioco al mio compagno, sto giocando bene, poi, non riesco a staccarmi, è più forte di me, perché non lo capisce e invece di aiutarmi si sta arrabbiando?”

Questa pratica, quindi, rischia di innescare una forte umiliazione ad un bambino che ancora non ha gli strumenti per contenersi. I modi colpevolizzanti creano disagi emotivi. Per i motivi che già abbiamo anticipato, la punizione, magari anche associata a un tono duro, a un messaggio comunicativo verbale o non verbale colpevolizzante, genera nel bambino tristezza, senso di inadeguatezza e non si sente compreso. Il bambino ha bisogno dell’aiuto di un adulto per costruire il metodo per calmarsi, deve comprendere perché non ci si comporta in quel modo. Più il bambino è piccolo, meno ha la capacità di capire i suoi atti e più resta confuso, in quanto il messaggio che riceve è del tutto contraddittorio: “ricevo aggressività, giudizio e intolleranza da chi dovrebbe amarmi, aiutarmi e proteggermi”.

La maggior parte dei bambini si cristallizza davanti ad un urlo ben piazzato, si congela di fronte all’umiliazione di essere messo all’angolo o di allontanarsi dalla stanza o dal gruppo di compagni, si deprime e si addolora (per usare un eufemismo) vedendo il proprio genitore o insegnante infuriato, infastidito o deluso. La Pedagogia attiva ci insegna che non è necessario che il comportamento “positivo” e/o “negativo” del bambino venga rinforzato dall’adulto attraverso un premio o una punizione, in quanto, attuando questo modo di relazionarsi, subdolamente, si educa il bambino al giudizio positivo e negativo, al bene e al male, al successo e all’insuccesso, alla capacità ed all’incapacità, al sentirsi all’altezza e al sentirsi inetto. Inoltre, si fa crescere il bambino in un clima di scarsa autostima e fiducia in sé, un bambino dipendente continuamente dal giudizio dell’altro: <>. Ricordiamo come Maria Montessori non amasse in particolare i sistemi di educazione basati sui premi e sulle punizioni. Lei riteneva che la vera ricompensa per il bambino doveva essere rappresentata dall’apprendimento stesso, dal piacere che procurava l’azione del far da solo, dalla sua capacità di aver imparato qualcosa di nuovo grazie alla propria curiosità e alle proprie sperimentazioni.

Una valida alternativa all'angolo del castigo

Come possiamo far comprendere al bambino che il suo comportamento genera delle conseguenze?

Io personalmente, con il mio bimbo e anche a scuola, utilizzo il metodo del time out: pronunciamo la parola time out e subito dopo insieme usciamo dal gioco e ci troviamo un angolino per calmarci e riflettere insieme. Mi rivolgo a loro dicendo: “quando saremo più tranquilli, ci parleremo.” Una volta raggiunto il primo obiettivo, iniziamo insieme a riflettere sull’accaduto, ad individuare le emozioni che abbiamo provato prima, durante e dopo quel momento e sulle reali conseguenze a cui potrebbe portare il nostro comportamento. Questo perché spiegare sempre, con calma e dedizione, ogni situazione di disagio che si crea aiuterà il bambino col tempo a capire che il proprio comportamento ha delle conseguenze su di sé e sugli altri. Spiegargli logicamente proprio ciò che consegue un suo comportamento può aiutarlo a capire meglio la situazione.

Perché aspettare che il bambino si calmi? Perché solo allora, libero o quasi delle emozioni che offuscano la logica, sarà in grado di ragionare e razionalizzare l’accaduto e, a quel punto, con il nostro aiuto che gli offre una prospettiva diversa dalla sua, il bambino capirà perfettamente. A me piace molto chiudere con un abbraccio, o un semplice “batti il 5”, se il bambino non ama il contatto fisico, per sdrammatizzare e sancire la fine di quel momento.

Tale modalità permette di suggerire al bambino di allontanarsi fisicamente o emotivamente dalla situazione per una pausa, lasciandogli decidere quando è calmo abbastanza per iniziare a risolvere l’accaduto, con il supporto dell’adulto. L’adulto aiuta il bambino a calmarsi, nel rispetto del suo stile di apprendimento, mentre gli consente di esprimere le proprie emozioni: si può abbracciare un pupazzo, farsi strofinare le mani o le spalle dall’adulto, respirare profondamente, parlare con lui e rassicurarlo abbracciandolo. Questo comportamento porta l’adulto a porsi in una prospettiva diversa, gli permette di mettersi in gioco, rimanere con il bambino, guardarlo negli occhi, accogliere le sue reazioni, raccontare ciò che vede per una migliore comprensione dell’esperienza emozionale del bambino. Il bambino è così in grado di sentire comunque l’errore, ma anche di essere accolto, aiutato, compreso, amato. Questa è la grande differenza dell’educare aiutando e favorendo la sua autostima, il suo stato emotivo, la sua capacità di comprendere le situazioni e di riuscire a relazionarsi in un contesto diverso da quello familiare, comprendendo  la giusta modalità di affrontare i suoi errori e quelli degli altri.

L’angolo dovrebbe essere di per sé, per conformazione, un piccolo ambiente accogliente ed intimo in cui ritrovare se stessi, non una punizione o una vendetta. Dovrebbe avere uno scopo educativo, cioè preparare alla vita adulta. Bisogna insegnare – in maniera adeguata all’età del bambino – che ci sono delle conseguenze alle proprie azioni: non basta dire solo che ha sbagliato, non è un metodo costruttivo e il bambino non impara.

L’Educazione Attiva ci suggerisce un modo di comunicare e relazionarsi ai bambini in maniera più consapevole e responsabile da parte degli adulti. Una possibilità educativa che non va a contemplare un’educazione basata su atteggiamenti di rinforzo positivo e/o negativo di un comportamento, di un’azione, di un pensiero, di un’emozione, ossia il “risultato finale” visibile; ma, al contrario, va a rafforzare, evidenziare, lodare, valorizzare il PROCESSO secondo il quale il bambino giunge a quel determinato comportamento, a quella determinata azione, a quell’emozione, giusta o sbagliata essa sia. Una comunicazione positiva che permette di avere considerazione per le emozioni dei bambini, di farli sentire amati incondizionatamente, di rispettarli nel loro essere persone pensanti.

 

Spero che questo articolo possa essere stato utile per tentare un’alternativa a delle modalità educative istintive e consolidate nel tempo, che oggi come allora non hanno nessuna reale efficacia, se non un immediato “benessere” dell’adulto che libera la propria frustrazione, risolvendo apparentemente il problema, senza pensare agli effetti che ci saranno nel tempo. Non dimentichiamoci che al centro del processo educativo vi è il bambino con le sue emozioni. Noi adulti abbiamo il compito, soprattutto in qualità di educatori, di mettere in atto delle competenze ben precise, non semplici pratiche istintive. Proprio per questo motivo mi piace concludere l’articolo rivolgendo alcune domande che hanno l’obiettivo di innescare una riflessione:

Come si può preservare e favorire l’autostima del bambino? Come può egli stesso confidare nelle sue capacità, se mamma, papà e maestra sono i primi che non ci credono? Che adulto diventerà?

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