cibo ed emozioni

L’ALIMENTAZIONE COME EDUCAZIONE, EMOZIONE, STORIA FAMIGLIARE E CULTURALE

Eccoci qui a trattare l’alimentazione sotto un altro punto di vista. Precedentemente, nel video e poi anche nell’articolo che lo ha seguito, vi avevo parlato di quanto complessa sia la relazione tra uomo e cibo, soprattutto perché questa passa anche dall’aspetto emotivo e culturale. Ora scendiamo nello specifico di questa relazione.

Alimentarsi non è solo una necessità, infatti non dobbiamo dimenticare che il concetto di nutrizione riveste, per l’uomo, anche molti altri significati. Mangiare e bere in compagnia, cenare con la propria famiglia o insieme ad amici sono spesso veri e propri rituali che trasformano il pasto in un’occasione per stare insieme, dialogare, divertirsi e condividere i piaceri della tavola. Non è un caso se la nostra cultura pullula di riferimenti simbolici alla convivialità: basti pensare alla biblica ultima cena, al supplizio di Tantalo, al Simposio platonico…

Il cibo, del resto, riveste, fin dalla nascita, il difficile compito di mediare il nostro rapporto con l’ambiente esterno tanto che, per la psicoanalisi, l’alimentazione rappresenta la prima forma di costruzione dell’identità, il legame che abbiamo col nostro corpo, gli stati d’animo quotidiani. Il rapporto con il cibo è una finestra spalancata sul mondo dei nostri sentimenti, fa luce sulle nostre capacità relazionali, ci permette di valutare il nostro umore. Basti pensare alla fame nervosa che si impossessa di noi prima di un esame o di un colloquio di lavoro o, al contrario, alla completa mancanza di appetito che affligge, in molti casi, gli innamorati! La sempre maggiore diffusione di gravi malattie psicogene, quali l’anoressia e la bulimia, ci fa comprendere, inoltre, quanto l’alimentazione possa divenire una cartina di tornasole rispetto alla presenza di conflitti di tipo emotivo e di seri disturbi dell’affettività.

La cultura alimentare è parte di una cultura più vasta che parla del nostro essere al mondo: parla di noi e della nostra cultura, dei nostri tabù e dei desideri più radicati, parla attraverso i proverbi e le opere artistiche.

Studiando questa relazione e la storia dell’alimentazione sia dal punto di vista sociale, sia personale, si sono evidenziati tre legami molto interessanti e articolati tra cibo e uomo: il cibo in sé, il cibo in me, il cibo in noi.

  • Il cibo in sé è la strada della conoscenza formale, quella che le scienze fisiche o umane hanno tracciato e stanno continuando a tracciare. È un percorso che si snoda fra l’agricoltura e l’economia, la chimica organica e le scienze della terra, la sociologia e la psicologia. È un percorso vastissimo e complesso, ma è anche il percorso più semplice da insegnare, programmare e suddividere, quello che si può verificare e valutare.
  • Il cibo in me è quello che io penso del cibo, è come lo vivo e l’ho vissuto, è il mio quotidiano rapporto con i pensieri, i limiti, i divieti che accompagnano il mio mangiare o le mie emozioni attorno a ciò che si mangia.

Il cibo in sé è il cibo osservato e formalizzato; il cibo in me è il cibo percepito, è il cibo gustato, ricordato, immaginato. Quale di queste conoscenze è più importante? La risposta esatta a questa domanda è anche una contraddizione: nessuna delle due ma anche tutte e due! Il Piccolo Principe diceva che “non si conosce che con il cuore” questo è vero, così come vero è che “il sapere è potere” affermato dal filosofo empirista Francis Bacon. Nessuna delle due strade prese isolatamente porta ad una consapevolezza vera del problema. Ma neppure le due strade insieme, perché entrambe non tengono presente di un’ulteriore strada: il cibo in noi.

  • Il cibo in noi è la pratica sociale del cibo. Un ragazzino può sapere che una certa merendina non è la cosa giusta (per ragioni organolettiche, economiche, di gusto…) eppure si trova a mangiarla ugualmente. Una scuola può sapere molto bene che il cibo è più salutare se consumato in una situazione di calma e serenità, eppure, per varie ragioni, deve portare i bambini in una mensa affollata e rumorosa. La comunità sa perfettamente che certi alimenti possono portare delle conseguenze incerte o essere poco salutari, eppure non si scandalizza quando li vede quotidianamente reclamizzati in televisione. Perché avviene questo? Perché non è sufficiente l’informazione oggettiva e neppure la percezione soggettiva? La risposta è che manca una strada per trasformare la comprensione in comportamento, manca la consapevolezza del cibo in noi. I comportamenti sociali sono complessi e contraddittori. Ogni cultura tende a superare le contraddizioni facendo in modo che diventino “normali” e una cosa diventa normale quando tutti la considerano allo stesso modo. Pertanto per una persona sarà contraddittorio vedere che tanti acquistano cibi transgenici, pur conoscendone i rischi, ma se questi alimenti diventeranno normali e di uso comune, non saranno più percepiti come preoccupanti. Allo stesso modo, la merendina della marca X, che a parità di condizioni costa più cara di un’altra, sarebbe contraddittorio acquistarla, eppure se tutti la comprano, allora acquistare quella merendina diventa “normale”.

Insomma, il cibo non è solo un argomento che passa dalla conoscenza, o dal modo di viverlo; il cibo è anche cultura, uso quotidiano, commercio e veicolo di significati.

Ecco perché io non smetterò mai di studiare, leggere ed informarmi, perché il segreto per il benessere sia fisico, sia mentale, sia relazionale, è proprio nella CONSAPEVOLEZZA!

Vogliamo andare a fondo di quest’argomento? Lavoriamo sui noi stessi con le “tre A”: Autobiografia, Affetti, Arte.

  1. Autobiografia: la crescita della persona e la sua consapevolezza vengono favorite se l’educazione tocca “l’esistenziale”. Attraverso la strada autobiografica, esercitata fin da piccoli, è possibile elaborare soggettivamente quello che accade e che è accaduto nel passato famigliare; ci si può interrogare sui perché, sui significati, sul senso del vivere stesso. È una strada ricca di stimoli e di apprendimenti. Ma attenzione, questa scoperta non si deve giudicare. Il recupero della memoria e la ricerca delle spinte che hanno mosso le scelte, appartengono al regno del NON GIUDIZIO! La memoria, che può anche essere nostalgia, è qui considerata come un mezzo che porta ad una maggiore conoscenza del sé, una costante ricerca dell’IO/SE’ nel mondo, nel proprio tempo, nella propria cultura. Lavorare sulla memoria del cibo è una prima A importante.
  2. Affetto: non c’è apprendimento se non c’è coinvolgimento e non c’è coinvolgimento se non c’è motivazione, infatti quando si ha la voglia di imparare qualcosa si fanno tutti gli sforzi possibili. Ma la voglia non si trasmette solo con stimoli esterni, bensì va sostenuta, incoraggiata, lasciata crescere, va ascoltata. Gli argomenti legati all’alimentazione toccano direttamente la persona (bambino, giovane o anziano che sia) e si intrecciano con la sua esperienza diretta. Però ciò non basta, non è sufficiente insegnare cose utili e di interesse, perché i concetti si stabilizzino nella persona. Il consolidamento di un pensiero avviene sempre con una mescolanza di mente e affetto, con un intreccio fra oggetto e soggetto, emozione e ragione.
  3. Arte: recuperare il sé e recuperare le spinte personali, si accompagnano bene alla necessità di dare forma alle cose. L’importanza del ritornare sulle percezioni e sulle emozioni non può fermarsi esclusivamente all’aspetto catartico del “tirar fuori”, ma anzi occorre che la memoria e le emozioni prendano forma in qualcosa di relativamente comprensibile, comunicabile e stabile. Bisogna rendere più generale ciò che è particolare, cercare di mettere in comunicazione mondi interni, ascoltare ed organizzare le voci delle cose in sé, in me e in noi. La nostra storia dell’arte, della letteratura, della poesia, è piena di esempi: il pittore Arcimboldo con i suoi personaggi-cibo ci scherza sopra (siamo quello che mangiamo o mangiamo quello che siamo?); Pieter Bruegel dedica molte sue opere all’arte del mangiare; René Magritte disegna un autoritratto in cui mangia con 4 mani. Ma anche nei nostri rituali quotidiani c’è una forma artistica: apparecchiare in un certo modo la tavola per pranzo, organizzare una merenda esteticamente curata per i nostri amici, o confortevole per i nostri figli… Questo “dare forma” alle esperienze personali e culturali ci spinge verso una consapevolezza più profonda del senso del cibo.

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