la capanna

La Capanna, Un Gioco Magico Per Crescere

“Leo dove sei?”…Nessuna risposta. Nel silenzio sento solo dei brevi respiri e lo sfoglio di pagine di un libro, così capisco che Leonardo si trova nel suo angolo idilliaco, la capanna, e non ha nessuna intenzione di farsi trovare.

Dopo vari tentativi di creare un rifugio con cuscini, lenzuola, sedie e tavoli, un giorno al ritorno da una gita nel bosco, durante la quale abbiamo recuperato dei bastoni di bambù, io, papà Claudio e il piccolo Leo abbiamo deciso di costruire una vera capanna, un angolo segreto all’interno della cameretta.

La fase della progettazione si rivela fondamentale per alimentare la creatività e sperimentare la capacità di problem solving, lo spazio viene pensato, immaginato e poi costruito con il materiale a disposizione.

Nel nostro caso abbiamo utilizzato:

  • quattro bastoni di bambù;
  • due tende blu da porta;
  • qualche elastico per fermare il tutto;
  • un tappeto;
  • dei cuscini.

Sicuramente in questa esperienza di “costruzione” abbiamo condiviso frustrazioni e fallimenti che dopotutto fanno parte del gioco e della crescita, lasciando Leonardo libero di sperimentare con la usa creatività nuove soluzioni più funzionali. Noi adulti siamo stati semplici osservatori senza intervenire né giudicare l’operato, anche se in alcuni casi è stato molto difficile non offrirgli la soluzione nell’immediato.

Una volta terminata la capanna Leonardo ha esordito” sono stato bravissimo mamma!”, Il fare da solo ha portato in lui inevitabilmente una maggiore autostima, Leonardo si è sentito capace e libero di progettare senza avere paura di sbagliare.

La capanna fin da subito ha rappresentato per Leonardo uno spazio in cui ritrovare se stesso in intimità, dedicandosi con serenità alla “lettura” o a cantare canzoncine al suo pupazzo preferito.

Subito si potrebbe pensare che questo gioco sia semplice e forse anche banale ma in realtà nasconde un profondo significato psicologico ed educativo. La capanna è vissuta dal bambino come  uno scudo, un guscio a cui ricorrere quando, nella sua conoscenza del mondo, la paura diventa insopportabile, troppo grande per lui.

Diversi studiosi hanno evidenziato, infatti, come sin dai primi mesi di vita i nostri piccoli tentino di misurare lo spazio con il proprio corpo fino ai due anni circa, quando iniziano a percepirsi come individui a sé, ricercando negli arredi dei punti di riferimento che possano aiutarli a costruire una loro identità. Ecco che il desiderio di ritagliarsi degli spazi intimi all’interno di un ambiente più ampio si configura come bisogno innato.

Tra i due e i sei anni entrano in quella fase che Piaget chiama stadio pre-operatorio, ovvero un momento in cui i bambini continuano ad affinare la competenza motoria, raggiunta precedentemente e ad acquisire capacità linguistiche e cognitive legate al pensiero e all’ immaginazione.

Leonardo è un bimbo di tre anni che, come per magia, spesso all’interno della sua capanna si trasforma in un commesso o tramuta un telecomando in un telefonino oppure ancora una piccola sedia in un’automobile. Ogni giocattolo nella capanna viene sistemato con attenzione e cura per creare ogni giorno un posto magico in cui sentirsi sé stessi.  Ecco, quindi, che al gioco educativo di nascondersi si alterna un gioco simbolico e di immaginazione, attraverso il quale i bambini, non solo sviluppano la propria autoconsapevolezza ma, fingendo di essere qualcun altro come un principe o un gelataio, comprendono un punto di vista diverso dal proprio, sviluppano l’empatia e offrono a noi genitori la possibilità di ascoltare una storia in cui lui è il protagonista.

Tra quei cuscini, un il libro preferito e qualche pupazzo, i nostri figli ritrovano un piccolo luogo in cui sentirsi contenuti e protetti, dove potersi rifugiare anche dopo un litigio con mamma e papà, per ritrovare la calma e la serenità. Stringere il suo orsacchiotto preferito in solitudine e al sicuro, riporta al bambino l’equilibrio perso e lo aiuta a rielaborare quelle emozioni che in un primo momento risultano per lui inaccettabili, come la rabbia e la frustrazione.

Lasciare ai propri figli del tempo per tranquillizzarsi da soli si rivela molto utile per affrontare successivamente, insieme, il motivo e la causa del litigio con lucidità ed efficacia. Solo così il bambino imparerà a riconoscere e a gestire le proprie emozioni.  Nel momento “solitudine” noi genitori saremo comunque sempre lì vicino, come un punto fermo, pronti ad accogliere i suoi sentimenti, per aiutarne la rielaborazione ma nel rispetto dei suoi tempi.

Possiamo, quindi, definire l’oggetto capanna come un vero e proprio strumento di contenimento e conoscenza delle emozioni, sia luminose come la gioia e la felicità, sia più ombrose come la rabbia e la tristezza.

Secondo una tradizione dei nativi americani, lo spazio per eccellenza in cui raggiungere una purificazione profonda dell’anima è proprio una capanna che, nello specifico, viene costruita con rami di salice. Entrare in quella oscurità della capanna, in un’atmosfera calda e umida, richiama il grembo di Madre Terra, un momento in cui liberarsi dalle proprie energie pesanti per ricongiungersi con quella sensazione paradisiaca della vita intrauterina dove ritrovare sicurezza, protezione e soddisfacimento istantaneo di tutte le proprie necessità.

In quella realtà magica, inoltre, possiamo ritrovare un tempo esclusivo nella routine frenetica, per scambiarci delle coccole speciali con i nostri figli. Prendiamo le distanze dal mondo esterno ed entriamo con loro in questo spazio intimo e caldo, chiudiamo la tenda e dedichiamoci al nostro legame, al nostro affetto. Con la semplice esperienza del silenzio, di un abbraccio e di una lettura ci restituiamo l’amore, quella vicinanza fisica ed emotiva necessaria per il benessere di entrambi.

Ci tengo, inoltre, a raccontare e condividere, l’esperienza della capanna in una sezione del nido. Come educatrice ho notato come questo spazio sia il rifugio cercato, non solo dal singolo ma anche dalla coppia o dal gruppo di “amici”. In questi casi, quella stretta vicinanza fisica alimenta in loro stessi la forza di continuare ad affrontare nuove esperienze, la capacità di condivisione e il senso di appartenenza ad un gruppo.

L’esperienza del “noi” nella sua interazione continua porta così ad un apprendimento costante nelle diverse aree di sviluppo. I bimbi in quello spazio magico condividono l’immaginazione, il piacere di sfogliare un libro in compagnia, di ridere e osservare il mondo da una prospettiva diversa. Tali esperienze contribuiscono in maniera significativa ad un sano sviluppo delle competenze sociali, incoraggiando il bambino a lavorare sulla relazione.

Anche due semplici azioni, come entrare nella capanna e uscirne, in realtà permettono al bambino di comprendere che il suo corpo occupa uno spazio nell’ambiente e questo aiuta nel controllo dell’abilità motoria.

Mi è capitato di dover “contrattare” con i bambini dei turni per accedere alla capanna e di stabilire delle regole di utilizzo. Riconosco che questo ha potenziato i semplici scambi verbali, generando così importanti momenti di confronto sia tra bambini, sia tra noi adulti, che sono sempre utili e costruttivi.  

A noi educatrici è rimasto come sempre l’importante compito di osservare con gioia e stupore le dinamiche e i sorrisi del bambini in quei momenti preziosi di crescita e socializzazione. Dentro quei confini hanno potuto ritagliare per sé o in compagnia uno spazio autonomo, dove poter sperimentare sé stessi, apprendendo attraverso l’imitazione e la condivisione: “Noi influenziamo gli altri almeno quanto gli altri ci influenzano purché, in ogni scambio, tutti i partecipanti contribuiscano all’insieme” (Paolo Martini). Ciò rinforza in loro la consapevolezza della propria interiorità e la scoperta di nuove modalità di fare squadra.

Quando il gruppo si fa numericamente più grande, composto da sei/sette bambini, la capanna diviene un vero e proprio fortino a cui è vietato l’accesso a chi non ha il permesso. Anzi a volte l’ingresso è preceduto da una parolina magica come nei tre moschettieri! In questo caso è sempre più forte il desiderio di affermazione del sé, che si esprime in azioni concrete come quella di tracciare dei reali confini tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori. Tutto ciò che si trova dentro rappresenta il loro mondo, fatto di amici veri con cui condividere segreti, lontano dagli sguardi attenti degli altri.

Per noi adulti, la capanna rappresenta un vero e proprio strumento per misurare e monitorare il grado di intimità e il livello di autonomia raggiunti dai nostri bambini.

Probabilmente, con il passare del tempo la struttura della capanna verrà continuamente modificata con materiali più sofisticati, questo perché il bambino crescerà e così anche i suoi progetti, le sue strategie e le sue tecniche. Quel luogo in ogni caso rimarrà sempre un ambiente in cui potersi identificare e rappresenterà il grande contenitore dei suoi ricordi.

Oggi, grandi marchi aziendali ci propongono capanne diverse straordinariamente attrezzate e sofisticate, soluzioni perfette con tende colorate e addirittura letti con capanne incorporate di ogni forma e misura. Tutte possibili e valide scelte, ma dobbiamo ricordare che è fondamentale l’identificazione del bambino su quella capanna. Che sia all’ultimo grido o casalinga, sarà il luogo magico personale in cui rifugiarsi per lasciar fluire i suoi desideri e la sua immaginazione senza limiti, né timori, consentendogli di giocare, crescere e riconciliarsi con il tempo.  

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