cosleeping

Cosleeping e bad – sharing, di necessità virtù

Tabella dei Contenuti

Ho scelto di scrivere un articolo sul cosleeping e sul bad – sharing, sicuramente per condividere la mia esperienza, ma in realtà la spinta mi è stata data dal desiderio di informare. È ormai noto, a chi ci conosce, quanto fondamentale sia per noi la conoscenza, motivo per cui intendiamo offrire ai genitori (ma anche a chi ancora non lo è), tutte le possibilità che il nostro territorio mette a disposizione per accudire e crescere i figli con consapevolezza. In tal modo possiamo diventare persone realmente informate e, come genitori, abbiamo modo di scegliere con cognizione di causa la strada da seguire, in linea con la scala di valori, con il ritmo e con le esigenze del nucleo famigliare.

Che Cos’è Il Cosleeping e La Differenza Con Il Bad – Sharing

Prima di raccontarvi di più chiariamo che cos’è il cosleeping: con questo termine si intende la condivisione della stessa camera da letto da parte di figli e genitori. Nel cosleeping ognuno dorme nel proprio letto ma si affianca al letto matrimoniale un lettino, magari mantenendo una delle sbarre abbassate, in modo da facilitare l’allattamento notturno, o disponendo un letto ai piedi di quello matrimoniale, o in qualsivoglia punto della stanza, per facilitare lo spostamento autonomo del bambino nelle ore notturne. Il cosleeping fa parte delle cure prossimali, praticata dal 90% delle popolazioni e fino al secolo scorso era molto diffusa anche da noi.

Il bad – sharing invece è la vera e propria condivisione dello stesso letto.

La Mia Esperienza

Io e mio marito eravamo partiti con l’idea di fare cosleeping, attrezzandoci con una bellissima “next to me” prestataci da un’amica (la culla della chicco utilizzabile fino ai 6 mesi alla quale è possibile togliere una spondina, per mezzo di una cerniera, e attaccarla in sicurezza al letto matrimoniale.)

Di fatto è stato un comodo ed ampio comodino dove appoggiavo occhiali, libri, cuscini, insomma tutto tranne che Massimo!

La prima notte in ospedale un’ostetrica mi ha insegnato come allattare da sdraiata e da quella volta di notte ho sempre allattato così. Inoltre Massimo è stato un bambino dai mille risvegli e dal disperato bisogno di contatto e vicinanza, entrambe caratteristiche che ci hanno spontaneamente portati al bad – sharing, a scapito invece del cosleeping di cui abbiamo fatto, come si suole dire, “di necessità virtù”.

Non abbiamo mai considerato la possibilità di farlo dormire nella sua stanza, forti delle informazioni prese in merito e forti delle mie conoscenze su bambini, maturate con l’esperienza professionale. Non ci siamo mai preoccupati di quando Massimo sarebbe stato più grande e del come lo avremmo portato a dormire nel suo letto o addirittura nella sua camera, fiduciosi del fatto che quando sarebbe stato il momento, la transizione sarebbe avvenuta con serenità e senza stress. Effettivamente così sta avvenendo, Massimo ha due anni e nove mesi e da un mese ha iniziato a dormire nel suo lettino, che prima era attaccato al lettone e senza una sponda, in perfetto stile cospleeping. Ora invece abbiamo messo la sponda mancante delimitando così il suo spazio ed il nostro. Dopo una serie di nottate particolarmente da “wrestling” gli abbiamo spiegato che ormai era cresciuto molto e tutti e tre insieme nel lettone non ci stavamo più, rischiando di farci male. Lui ha accettato volentieri, del resto è comunque molto vicino a noi, possiamo darci la mano o può scavalcare nel lettone, se di notte ne ha particolarmente bisogno. Sono sicura che anche lo spostamento nella sua camera avverrà nel momento giusto per tutti.

Ci tengo a condividere con voi ciò che ho appreso sul sonno condiviso e che ha spinto la mia famiglia su questo tipo di scelta.

Bad – Sharing E Sicurezza

La prima domanda che sorge spontanea è: “E’ pericoloso dormire nello stesso letto con il neonato?”. La risposta è no, a patto che non sussistano alcune problematiche, come madri fumatrici o dedite alle droghe, sottoposte a farmaci sedativi, obese, con disturbi del sonno oppure in presenza di bambini nati pretermine. È altresì sconsigliato dormire tutta la notte insieme al proprio bambino su divani, poltrone, materassi ad acqua o eccessivamente morbidi. Queste sono le circostanze rischiose, comprovate dagli studi effettuati sul tema, in cui è raccomandabile optare per il cosleeping.

Anche il rischio di SIDS, morte improvvisa del lattante, è certa e comprovata dalle condizioni sopracitate, ovvero dalle caratteristiche della superficie su cui si dorme, la temperatura della stanza, i mezzi utilizzati per il contenimento (come coperte cuscini ecc.). Per avere informazioni più dettagliate in merito consiglio i seguenti link:

www.passioneinvita.it/sos-calore-bebe/

www.saperidoc.it

www.saperidoc.it

Quando non sussiste alcuna delle suddette circostanze, non ci sono prove concrete che dimostrino un effettivo rischio nel bad-sharing.

La Natura Del Cucciolo d’Uomo E Un Po' Di Etologia

Quello che mi ha spinto, quasi tre anni fa, a scegliere cosleeping e bad–sarin è stata la conoscenza della nostra storia biologica e il significato dei comportamenti di accudimento delle madri. Ho compreso dove nasce l’esigenza e la preferenza del piccolo di condividere lo spazio e il sonno con l’adulto di riferimento e il suo bisogno del contatto fisico con quest’ultimo; ho anche capito dove nasce l’istinto materno che porta a rispondere prontamente al pianto del figlio.

Noi siamo primati, esattamente come le scimmie e come loro portiamo con noi i nostri cuccioli, a differenza di altri mammiferi che creano un nido per lasciarvi i cuccioli all’interno mentre loro procurano il cibo per la sopravvivenza.

I cuccioli di scimmia crescono aggrappati alla pancia delle proprie mamme, mentre noi umani occidentali provvediamo con fasce, marsupi, vari supporti ergonomici, carrozzine, passeggini, ecc, a differenza di altre popolazioni che portano i neonati sulla schiena durante tutta la giornata.

Anche la qualità del latte prodotto dalle varie categorie di mammiferi dipende dal tipo di accudimento che la specie pratica, infatti i mammiferi che praticano cure distali producono un latte più grasso e proteico che comporta una digestione più lunga. In questo modo i cuccioli rimarranno sazi più a lungo e le madri avranno il tempo necessario di allontanarsi per la caccia, senza che essi le richiamino rendendosi vulnerabili ai predatori.

I mammiferi che praticano cure prossimali, come noi, producono invece un latte meno grasso e proteico, per cui più facilmente digeribile. I cuccioli di queste specie attingeranno al latte materno più spesso nell’arco della giornata e potranno farlo poiché sono sempre con le loro mamme.

I piccoli di questa categoria di mammiferi segnalano immediatamente la separazione dalla mamma con versi di richiamo a cui essa per istinto risponde con il recupero della vicinanza. Questo è ciò che capita con i cuccioli d’uomo i quali, se distanti dalla mamma o dalla figura di riferimento la richiamano con il pianto che aumenterà di intensità se non riceverà risposta. Questa caratteristica è fondamentale per l’animale, in quanto se il cucciolo avesse più tolleranza alla separazione, la mamma potrebbe allontanarsi molto, correndo il rischio di non trovarlo più.

Il pianto è una risposta biologicamente determinata che prevede il recupero della vicinanza. Il contatto fisico tra mamma e piccolo scatena la produzione di ossitocina che calma entrambi (un ormone prodotto dal cervello che viene liberato quando c’è contatto fisico ed è coinvolto nella produzione del latte e nella formazione del legame mamma/bambino).

Come vedete, in queste righe non abbiamo parlato tanto di nutrimento quanto invece di meccanismi attivati biologicamente, atti al recupero della vicinanza tra madre e cucciolo. Studi etologici infatti hanno dimostrato che il bisogno primario di una piccola scimmia non è tanto il nutrimento ma la vicinanza alla madre. Il nutrimento è altresì importante ma è conseguenza, il contatto fisico è infatti fondamentale per il cucciolo d’uomo o di mammifero in genere perché garanzia di protezione, nutrimento e di regolazione dei parametri vitali.

Ecco che, dopo questa digressione etologica, è evidente come le frasi tipiche “lascialo piangere che si deve abituare” oppure “non lo prendere troppo in braccio altrimenti lo vizi” non reggono e non corrispondono a come noi esseri umani siamo biologicamente programmati. Tutti i comportamenti attuati che vanno contro la nostra programmazione biologica creano stress e malessere e verranno letti dal nostro cervello rettiliano come allarmi per cui genererà delle risposte di compensazione.

Tra Programmazione Biologica e Richieste Sociali

La ricerca della vicinanza e le strategie di richiamo (pianto, tendere le braccia o gattonare verso l’adulto, ecc) sono quindi meccanismi biologici che poco c’entrano con la volontà e per tutta l’infanzia la separazione produrrà reazioni di allarme più o meno intense.

Anche la mamma è programmata biologicamente per rispondere al pianto e alle altre strategie di richiamo, in modo da curare in maniera ottimale la prole, sia sotto l’aspetto fisico che emozionale.

Tutto ciò ha permesso la sopravvivenza della specie ed ecco perché sono meccanismi profondamente radicati nell’essere umano.

La domanda quindi mi sorge spontanea: perché mai dovremmo andare contro la nostra programmazione biologica, consci del fatto che, da qualche parte e in maniera più o meno intensa, lasceremmo ferite emotive?

Perché ci ostiniamo a voler rendere autonomi neonati e lattanti che non hanno ancora gli strumenti biologici, cognitivi ed emotivi per esserlo?

Sicuramente una delle risposte plausibili è che l’adulto, fortemente condizionato dalla società, necessita che neonati e lattanti si adeguino ai suoi ritmi per potergli permettere di continuare a svolgere le attività che la società si aspetta che svolga o gli impone di svolgere.

Il sonno dei bambini è uno dei fattori che si vorrebbe rendere autonomo il prima possibile poiché strettamente correlato agli impegni lavorativi a cui è chiamata la mamma, spesso troppo presto, dopo la nascita del bambino. Riposare bene di notte diventa essenziale quando, il mattino successivo, dobbiamo essere efficienti per affrontare la giornata lavorativa. Mentre invece il sonno della neomamma è leggero e frammentato per via della vigilanza sul neonato.

Per chi pratica cosleeping o bad – sharing però i risvegli sono più brevi rispetto a chi deve alzarsi e raggiungere il proprio piccolo in un’altra stanza. In particolare, per chi allatta al seno, cosleeping e bad–sharing sono una oggettiva comodità considerando, inoltre, che l’ossitocina, prodotta durante la suzione, favorisce il rilassamento e l’addormentamento. Però mi rendo conto che quando una mamma è stressata o il giorno dopo deve rispondere agli impegni lavorativi, i risvegli del bambino, anche se brevi, possono essere vissuti molto male.

Altro fattore responsabile della precoce autonomizzazione dei nostri bambini è il fatto che l’evoluzione della società ha portato un cambiamento nei nuclei famigliari: se una volta esisteva una grande famiglia fatta di zii, nonni, amici ecc, oggi invece abbiamo famiglie mononucleari, composte da mamma, papà e figli, in cui è venuto meno il supporto della rete familiare. Così la mamma si è vista privata del sostegno di chi poteva aiutarla e permetterle anche di risposare per recuperare energie.

Non a caso un proverbio africano cita:

“Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”.

In tutto ciò, quelli che spesso definiamo come disturbi del sonno sono, talvolta, conseguenza di una organizzazione sociale che non tiene conto dell’incompatibilità tra il ruolo di mamma e donna lavoratrice.

Autonomia O Dipendenza?

Altro interrogativo esistenziale che noi genitori ci poniamo spesso, soprattutto nella scelta tra il sonno condiviso o meno, è: “favoriremo la sua autonomia o avvalleremo la sua dipendenza verso l’adulto?” Di pancia, la prima cosa che mi viene da dire in merito è che più noi rispondiamo ai richiami e ai bisogni dei nostri piccoli più essi svilupperanno fiducia in noi, in loro stessi e nel mondo che li circonda.

Mi spiego meglio: tenendoci vicine ai nostri figli e rispondendo prontamente ai loro bisogni e richiami, che esprimeranno con il pianto, tendendo le braccia verso di noi o verbalizzando da più grandi ciò di cui hanno bisogno, essi saranno incoraggiati ad esplorare il mondo, rassicurati dalla presenza dell’adulto o dal fatto che, se sopraggiunge paura o insicurezza, potranno far affidamento sul pronto recupero della vicinanza da parte dell’adulto. Per il bambino diventeremo, così, porto sicuro da cui poter salpare e a cui poter sempre approdare ed essi diverranno sempre più autonomi poiché in loro si sarà radicato un sentimento di sicurezza e autostima.

Al contrario, se una madre si mostra poco affidabile ed incostante nel rispondere ai richiami e ai bisogni del figlio, esso maturerà un senso di insicurezza e sarà meno propenso all’esplorazione, tenderà a farlo con spirito preoccupato ed incerto poiché non sicuro del fatto che, all’insorgere di un problema o di un timore, l’adulto sarà lì a contenerlo e consolarlo.

Se addirittura il bisogno di vicinanza viene frustrato, il bambino, a lungo andare, rinuncerà alla ricerca dell’adulto e della sua protezione soffocando le sue emozioni, maturando e mostrando una falsa e precoce autonomia.

Alla luce di queste mie conoscenze ho sempre optato per un accudimento prossimale e prontamente rispondente e la mia esperienza è quella di un bambino, quale è Massimo, molto indipendente sotto parecchi punti di vista.

Certo, ogni bambino è un mondo a sé e, talvolta, nonostante sia accudito in maniera prossimale e rispondente, la sua autonomia va un po’ a rilento e deve essere continuamente incoraggiata. Sono molti i fattori e le variabili che concorrono, come l’indole, i vissuti relativi al parto, i distacchi precoci nei primi periodi di vita o addirittura vissuti relativi a vite precedenti (vi sembrerà impossibile ma è così, più spesso di quanto possiate immaginare).

Il mio consiglio, in ogni caso, è “ascoltate voi stessi”, mettete a tacere i pregiudizi, i preconcetti, chi giudica (perché probabilmente non è informato bene e quindi poco aperto all’ascolto e all’accoglienza dei bisogni altrui), sentite ciò che è più in linea con le vostre esigenze. Mettetevi rilassati con le mani sul cuore e la risposta al vostro quesito arriverà, il cuore difficilmente sbaglia.

I Benefici Del Sonno Condiviso

Una serie di studi sono stati dedicati al sonno condiviso e uno fra molti sono gli studi condotti dall’antropologo James J. Mckenna, direttore del Behavioral Sleep Laboratory presso l’Università di Notre Dame. Egli ha condotto studi sui primati e sugli uomini dimostrando come dormire vicino alla propria mamma aiuti i cuccioli d’uomo a regolare una serie di funzioni corporee fondamentali, come ad esempio la frequenza respiratoria e cardiaca. Ha inoltre dimostrato che la condivisione del sonno abbassa i livelli di cortisolo, detto “ormone dello stress” proprio perché prodotto quando viviamo situazioni particolarmente stressanti. È chiaro come questo voglia dirci che dormire lontano dalla mamma sia fonte di stress per il bambino. In fondo voi riuscireste a dormire sereni in un luogo dove vi sentite esposti ai pericoli e quindi non protetti?

Questa modalità di condivisione del sonno, inoltre, permette ai bambini di riaddormentarsi più velocemente dopo un risveglio poiché, vedendovi vicini, si sentono rassicurati per poter continuare il riposo.

La condivisione del letto favorisce inoltre l’allattamento al seno poiché permette alle madri di dormire di più, favorisce la produzione di latte, stimolato dalla vicinanza e crea un legame più intenso con il proprio bambino. Il cosleeping o bad–sharing favoriscono, infatti, il “bonding” ovvero il legame profondo che si crea tra bambino, mamma e papà.

E La Coppia?

Questo è un altro punto su cui ci si interroga, ovvero, il cosleeping mina l’intimità di coppia?

Sicuramente l’arrivo di un bambino è un evento destabilizzante per una coppia e il modo di reagire a tale evento dipende dal grado di maturità e di consapevolezza personale che entrambi, neomamma e neopapà, hanno raggiunto e che permetterà loro di rispondere ai cambiamenti in maniera evolutiva e costruttiva, invece che distruttiva. A mio parere ciò che maggiormente sostiene la coppia è la comunicazione, sia in tempi normali, sia, maggiormente, nei momenti più delicati.

Credo, quindi, che il problema non sia di per sé il cosleeping, ma l’approccio che la coppia adotta nel nuovo periodo che è chiamata a vivere e nel nuovo ruolo che dovrà rivestire. Credo che mantenere attivo il dialogo sia importante perché ci permette di mantenere il contatto con l’intimità di coppia che, soprattutto nei primi periodi dopo la nascita del bambino, è spesso e fortemente destabilizzata. Se manterremo l’attenzione anche su questo aspetto, il cosleeping non sarà responsabile di un disgregamento della coppia.

Non Dimentichiamoci Dell’Esogestazione

Eh si, ricordiamoci sempre che dopo i nove mesi in cui il bambino è stato nel pancione per svilupparsi a livello fisico e cognitivo, endogestazione, ne seguono altrettanti all’esterno del pancione in cui continuerà il suo strabiliante sviluppo psicofisico, esogestazione.

Durante questi nove mesi di esogestazione, il bambino ha bisogno di contatto, di sentirsi contenuto, nutrito e accolto, per sentire la sua sopravvivenza al sicuro e garantita dall’adulto.

Ho letto, su periodofertile.it, un’interessante intervista fatta alla dott.ssa Stefania Del Duca, Coordinatrice delle Ostetriche di Humanitas San Pio X di Milano, a cui è stato chiesto come andrebbe vissuta al meglio questa importante fase, lei dice:

“Non si deve temere di viziare il bambino. Tenere in braccio un neonato, risponde a un bisogno fisico di sopravvivenza. Non dimentichiamoci inoltre, che, quando i bimbi stanno molto in braccio alle madri, colonizzano la loro pelle e il loro intestino più velocemente di quelli che restano di più nel lettino. Quanto più è alta la flora batterica sana residente, tanto meno si ammalano sia da bambini che da adulti. Tenere in braccio il bambino e allattarlo, pertanto, non ha solo valore dal punto di vista affettivo e nutrizionale, ma rappresenta anche una prevenzione verso le malattie croniche importanti dell’età adulta.”

E ancora:

“L’esogestazione dovrebbe avere questo moto come regola generale: usciamo dal tempo e regaliamoci del tempo da vivere assieme per crescere insieme.”

Cosleeping Ed Energia

Sarebbe anomalo per me non parlare di energia anche in questo caso. Dormire nella stessa stanza con il proprio bambino ha anche benefici a livello energetico!

I bambini, infatti, non riescono autonomamente a fornirsi ed equilibrarsi l’energia, siamo noi adulti il loro serbatoio energetico e di notte tra genitori e bambini avviene un grande scambio energetico attraverso il quale i nostri piccoli si ricaricano. Saranno così pronti ad affrontare un’altra giornata in cui, magari, dovranno gestire situazioni che richiederanno un grande dispendio energetico, come per esempio una giornata al nido o distanti dal nucleo famigliare.

Se il piccolo dormisse da solo in un’altra stanza, questo naturale e inconsapevole passaggio di energia non sarebbe possibile né efficace e si priverebbe il bambino di un altrettanto importante nutrimento.

Letture E Siti Consigliati

In conclusione, condivido i titoli di due letture interessanti sul tema, “Di notte con tuo figlio. La condivisione del sonno in famiglia” di James Mckenna antropologo che ho accennato nelle righe precedenti e “I cuccioli non dormono da soli. Il sonno dei bambini oltre i metodi e i pregiudizi” di Alessandra Bortolotti, psicologa dello sviluppo e dell’età evolutiva, esperta del periodo perinatale e scrittrice.

Inoltre, ci sono anche molti siti e blog dove potete reperire informazioni su questo tema e da cui anche io attinsi all’epoca per approfondire le mie conoscenze. Ne cito alcuni:

“Il neonato da solo non esiste, esiste il neonato insieme a qualcun altro”

Donald Winnicott

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